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Il Gigante Di Ferro


1957. Appena dopo il lancio dello Sputnik, una strana e gigantesca figura precipita in mare nel corso di una tempesta, distruggendo un peschereccio sul quale era presente un marinaio, unico testimone dell'accaduto. L'uomo, salvatosi, prova a raccontare quanto ha visto, ma non viene creduto.




Il gigante di ferro



Intanto Mansley, sempre più convinto e preso dalle sue indagini, continua a investigare e scopre sempre più particolari sul gigante, prendendo persino residenza proprio nella casa di Hogarth, avendo Annie messo in affitto una camera per guadagnare un po' di soldi. Mansley si trasferisce lì perché comincia a sospettare del ragazzino, avendo trovato, nei pressi della centrale, i resti del suo fucile giocattolo. Un giorno, mentre Hogarth e il gigante si trovano nella foresta, vedono un cervo venire ucciso da due cacciatori. Il gigante, dopo che Hogarth gli ha fatto capire che il cervo è morto, vede il fucile che aveva ucciso l'animale, e inizia a manifestare i sintomi della sua vera natura, con gli occhi che stanno diventando rossi. Hogarth gli fa però riprendere i sensi. Quella stessa notte, nonostante il gigante si senta in colpa per la morte del cervo, Hogarth gli fa capire che la morte è una cosa naturale, ma anche che lui ha dei sentimenti e quindi un'anima.


Sfortunatamente, l'ispettore Mansley, approfittando dell'assenza di Annie, trova delle foto che Hogarth ha scattato al gigante, per cui lo costringe a rivelargli la posizione del robot, minacciandolo di allontanarlo dalla madre. Finito l'interrogatorio, Kent lo stordisce con il cloroformio e, per catturare il robot, convince il generale delle forze armate a radunare parte dell'esercito. In questo modo, il giorno dopo, Kent, Hogarth, Annie, il generale Rogart e la sua parte dell'esercito vanno al deposito di ferri vecchi di Dean. Il gigante viene così ritrovato, ma adeguatamente travestito da imponente opera d'arte da Dean, il tutto grazie a un piano ideato insieme al bambino, sfuggito alla sorveglianza di Mansley. L'agente, dopo una violenta strigliata, viene così licenziato in tronco.


Prima di riuscire a raggiungerlo, il gigante si rivela alla città salvando due bambini da una caduta mortale, rendendosi visibile anche a Mansley e al generale che, credendo che l'androide volesse attaccare la città, dà l'ordine di attaccarlo. Il gigante allora scappa dalla città insieme a Hogarth, riunitosi a lui. Dean tenta di far ragionare i militari a smettere di attaccare il gigante, in quanto inoffensivo, e li avvisa che così rischiano di far del male a Hogart, ma Mansley, per vendicarsi del ragazzo, mente al generale dicendogli che il bambino è morto. Il gigante, durante l'inseguimento, si rivela anche in grado di volare, ma viene colpito da un missile e precipita in fondo a un burrone con Hogarth, che perde i sensi.


Ricordandosi del cervo, il robot crede che l'amico sia morto, perciò, accecato dal dolore, riacquista la consapevolezza di essere un'arma, trasformandosi in una versione mostruosa e potenziata che, nonostante gli sforzi dei militari, sbaraglia tutti. Tuttavia Hogarth si riprende, raggiunge il gigante e lo fa tornare in sé. Mansley non vuole rassegnarsi alla sconfitta e vuole distruggere il robot con un'arma nucleare sparata da un Nautilus, ma proprio in quel momento arriva Dean che riesce a spiegare al generale la reazione difensiva del robot. Quando il gigante torna in città con Hogarth, sembra che la situazione sia destinata a placarsi, ma purtroppo, preso dal panico dopo aver visto il gigante fissarlo con rabbia, Mansley strappa la radio al generale e fa lanciare la testata comunque. Essendo la bomba diretta dove si trova il gigante, cioè in mezzo alla città, anche tutti i presenti sono condannati. Mansley allora tenta di fuggire, ma viene bloccato e arrestato, mentre il gigante, dimostrando tutto il suo altruismo decide di sacrificarsi per salvare tutti: dopo aver salutato per l'ultima volta Hogarth, si lancia nel cielo stellato, facendosi colpire dal missile quando esso è ancora ad alta quota.


Qualche mese dopo, Annie e Dean si fidanzano, e quest'ultimo ha realizzato una statua raffigurante il gigante per ricordare il suo sacrificio. Hogarth ha finalmente fatto amicizia con i suoi coetanei e il generale gli ha fatto recapitare un pacco, che contiene l'unico frammento del robot ritrovato: una sua vite. Quella notte stessa la vite si illumina e comincia a muoversi da sola. Il ragazzo capisce che il robot è ancora attivo da qualche parte e lascia andare la vite, che si andrà a ricomporre in lui.


Una grande domanda a cui è stata data una grande risposta. Anzi, gigantesca. Potremmo riassumere così l'essenza de Il gigante di ferro. Un colosso animato nato da un dilemma esistenziale: "E se un'arma avesse un'anima?". Un quesito dietro il quale si nascondono due lutti, un dubbio nel quale la vita interroga la morte. Il tutto raccontato da uno dei film animati più belli della storia del cinema. Eppure, prima di sorridere, il nostro Gigante di ferro aveva uno sguardo spento e malinconico, la faccia triste di chi non era stato compreso. Sì, perché per quanto possa sembrare assurdo, lo splendido film di Brad Bird all'epoca della sua uscita fu un cocente flop al botteghino. Arrivato in sala nell'agosto del 1999 e costato 80 milioni di dollari, il film ne incassò soltanto 30. Un mistero che ha delle spiegazioni ben precise. Motivi che vi racconteremo nel nuovo episodio di Incompresi, la nostra rubrica di mini-documentari dedicata ai film più sfortunati della settima arte. E allora, mentre ci prepariamo tutti a essere chi scegliamo di essere, mettiamoci comodi sulla spalla del gigante per guardare dall'alto tutta la bellezza de Il gigante di ferro.


Dicono che il dolore sia un'ottima fonte d'ispirazione. Una dimensione intima in cui molti artisti trovano la spinta per lenire le proprie ferite, sublimare il lutto e rispondere alla morte dando vita a cose belle. È quello che è successo due volte con la storia de Il gigante di ferro. Andiamo con ordine. È il 1968 quando lo scrittore Ted Hughes dà alla luce il romanzo L'uomo di ferro. Si tratta di un racconto di fantascienza per ragazzi, dedicato a un misterioso Uomo di ferro che piomba dal nulla in una località agricola. Qui, grazie a un ragazzino di nome Hogarth si integrerà nella comunità tanto da allearsi con gli umani contro una minaccia aliena. Hughes ha da poco perso sua moglie, la poetessa Silvia Plath, e decide di dedicare il libro ai suoi tre figli per confortali dopo la morte della loro mamma. L'autore, poi, ammetterà che la stesura del romanzo ha aiutato in primis lui stesso a superare quella perdita. Anni più tardi una copia de L'uomo di ferro arriva tra le mani di Brad Bird.


Tra le pagine di quel racconto, il futuro regista de Gli incredibili e di Ratatouille avverte qualcosa: una connessione con la sua vita, con la sua esperienza, con il suo dolore. Pochi anni prima di leggere quel libro, sua sorella Susan Bird era stata uccisa da un colpo d'arma da fuoco sparato dal marito. Anni dopo Brad Bird ammise di essere rimasto affascinato dall'aspetto curativo della storia. "Mi attraeva perché non ero ancora riuscito a scendere a patti con la morte di mia sorella", disse anni dopo. E da lì la fatidica domanda alla base de Il gigante di ferro: "E se un'arma avesse un'anima?". E ovviamente dare forma a una risposta così complessa non poteva essere certo una passeggiata.


Per raccontare la storia de Il gigante di ferro bisogna prima soffermarsi sulla storia di Brad Bird. Un regista davvero incredibile, secondo noi mai abbastanza celebrato dal pubblico e dagli addetti ai lavori. Parliamo di una persona con una passione maniacale per il cinema, che inizia a disegnare a 3 anni con una costanza insolita per un bambino così piccolo. Il fatto curioso è uno: quel bimbo prodigio non si limita a fare disegni casuali, ma crea piccoli racconti sequenziali, come se fossero storyboard embrionali. Basti pensare che quando da bambino gli chiesero cosa gli sarebbe piaciuto fare se i film non esistessero, lui rispose: "Allora li invento io". La sua voglia di fare lo farà arrivare in Disney da ragazzo, al fianco di nuove leve talentuose e irrequiete con Tim Burton. Lì lavora a film sfortunati come Red e Toby nemiciamici e si accorge presto che la vecchia guarda limita la meritocrazia e soprattutto la libertà creativa. Allergico a questa rigidità, Bird si lamenta di continuo e così viene licenziato dalla Disney.


Dopo vari progetti ambiziosi come un film animato tratto dallo splendido fumetto The Spirit, che non vedrà mai la luce, Bird trova libero sfogo in tv, lavorando a otto stagioni de I Simpson. Qui, oltre a prendersi il merito di aver introdotto l'amatissimo personaggio di Krusty il clown, Bird assapora il piacere del lavorare in libertà, senza alcun compromesso. Ed è per questo che per il salto sul grande schermo, lo studio d'animazione non poteva essere né la Disney, né la DreamWorks, ma una realtà minore dove avere totale indipendenza. Quello studio coincide con Warner Animation Group, che nella seconda metà degli anni Novanta era considerato il terzo incomodo schiacciato dai due colossi. Era questo il posto giusto in cui poter costruire bullone dopo bullone il suo gigante di ferro.


Il gigante di ferro era già nei progetti della Warner prima che il timone passasse tra le mani di Bird. Nella sua fase embrionale il film sarebbe dovuto essere un musical impreziosito dalle canzoni di Pete Townshend, oltre che una trasposizione piuttosto fedele del libro di Hughes. Quando il progetto passa nella mani di Bird, il regista lo stravolge: niente canzoni, nessun live action, ma un film animato in tecnica mista, con animazione tradizionale e CGI che convivono sullo schermo.Una CGI inserita non per moda, come molti stavano facendo all'epoca per rincorrere il modello vincente Pixar, ma con una precisa visione artistica: il Gigante di ferro era l'elemento straniante del film, la presenza aliena, mostruosa, diversa. E per questo doveva essere diverso anche a livello di tecnica animata. E così fu.Bird capì subito che la base da cui partire era il gigante stesso: ovvero il simbolo dell'opera. Così per lo studio del design del personaggio si affidò a un veterano come Joe Johnston, regista di Jumanji. Il character design de Il gigante di ferro è ancora oggi una perla assoluta di sintesi, proporzioni ed espressività. Johnson partì dall'aspetto fisico di Braccio di ferro, di cui riprese gli avambracci sproporzionati e il mento prominente, per poi stilizzare il tutto. Il risultato, come detto, è un personaggio stupendo: capace di veicolare emozioni quasi senza parlare (e infatti nel film ne proferirà soltanto 53 parole), di esprimersi con le movenze del volto e del corpo che ci raccontano tutto di lui: dall'impaccio iniziale alla meraviglia. 041b061a72


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